Luca Marinelli: «Non ho paura di sparire» e racconta la sua libertà

Luca Marinelli: «Non ho paura di sparire» e racconta la sua libertà

Luca Marinelli racconta la vulnerabilità, la solitudine e la libertà mentre è al cinema con The Echo Chamber, diretto da Andrea Pallaoro e tratto dall’ultimo soggetto scritto da Bernardo Bertolucci. Il film, presentato in concorso a Venezia, si svolge in un appartamento che sembra una prigione senza chiave. Nel cast ci sono anche Alicia Vikander e Susan Sarandon.

Marinelli è felice di riscoprirsi «debole», fiero della propria timidezza e consapevole di poter fallire. «Sono stato sicuramente molto fortunato, però quella fortuna l’ho cercata e l’ho inseguita con determinazione», dice. Il film, scritto da Ludovica Rampoldi, Ilaria Bernardini e Bertolucci, richiama la suggestione di Ultimo tango a Parigi: tenere amore, sofferenza e piacere dentro una stanza, senza rivelare nulla di sé né sapere nulla dell’altro.

Per Marinelli, Pallaoro ha trasformato quella stanza in un mondo. Il pubblico non sa nulla del personaggio che interpreta, Leonardo, eppure in qualche modo conosce tutto: assiste alla coppia da vicino, ne sente i sospiri e le tensioni. «La cosa stupenda è che non c’è niente da spiegare. È tutto visibile, tutto in primo piano».

Luca Marinelli: «Non ho paura di sparire» e racconta la sua libertà

Ripensando alla giovinezza, l’attore dice che più si è giovani, più si soffre e si cerca la propria voce. Oggi, superati i quarant’anni, le sofferenze sono cambiate: ha imparato a conoscersi e prova a liberarsi delle zavorre. La timidezza, spiega, è sempre stata un dato di fatto, ma non gli dispiace sentirsi turbato: «Il turbamento è vitale, ti aiuta a essere presente a te stesso, è profondamente umano».

Ammette anche che nel mestiere esiste il desiderio di essere visti e notati. Quando recita, però, cerca soprattutto di comunicare e di mostrare ciò che una storia gli ha trasmesso. Ogni interprete dà una forma diversa al personaggio: Leonardo, nelle mani di un altro attore, avrebbe suonato note differenti. Quando rivede i propri film, li guarda prima da critico severo e poi, più o meno, da spettatore.

The Echo Chamber gli ricorda il debutto al cinema, La solitudine dei numeri primi, presentato in concorso a Venezia sedici anni fa. Allora, racconta, si sentiva un principiante davanti ad Alba Rohrwacher e Saverio Costanzo. Loro parlavano di cinema e citavano film che lui non conosceva; per non ammettere la propria ignoranza annuiva, poi tornava a casa e studiava. Definisce quel periodo una scuola importante e loro due grandi maestri.

Per ottenere il ruolo nel film d’esordio, Marinelli fece un provino e non ne fu soddisfatto. Dopo aver letto il libro, trovò il coraggio di scrivere alla casting director Jorgelina DePretis per chiedere una seconda occasione. DePretis, che oggi non c’è più, fu per lui una preziosa compagna di lavoro. La chiamata per un nuovo provino arrivò quando ormai pensava di aver fallito: «Culo e un po’ di determinazione».

Il cinema lo conquistò da ragazzo, quando sua madre lo portava in sala e suo padre a teatro. Si lasciava rapire da corpi, azioni, suoni, baci, guerre e abbracci, vivendo quelle avventure come fossero sue. Tra i ricordi che ancora lo stupiscono c’è il finale di C’era una volta in America di Sergio Leone: cita il sorriso inaspettato di Robert De Niro come esempio di libertà creativa e di rischio, qualità che, a suo giudizio, rivelano la grandezza di un interprete.

La libertà gli fa pensare alle infanzie trascorse a Longone Sabino, nel Reatino. Le giornate erano scandite dai pasti; per il resto, i ragazzi erano liberi tra ruscelli, boschi, tuffi, serate sotto le stelle e videogiochi nell’unico bar del paese. D’inverno c’erano la neve, i pupazzi e le corse sul bob. Anche la città gli piaceva, ma la vita nel piccolo borgo aveva un ritmo diverso.

Marinelli racconta di essere stato bocciato due volte. Ammette di non essere stato molto motivato, pur avendo interessi come la letteratura greca, e osserva che la scuola non ebbe con lui la premura di andare incontro alle sue esigenze. Definisce la sua famiglia «folle e meravigliosa»: da una parte c’erano attività artistiche, dall’altra lavori pratici come l’ufficio, la sartoria e la falegnameria, che considera anch’essa una forma d’arte. Quando disse ai genitori di voler fare l’attore, non lo ostacolarono e gli diedero sostegno.

Il calcio è un’altra passione condivisa con il cinema perché, dice, è un gioco di squadra. Ha iniziato a giocare in porta a sedici anni e continua ancora. Con Alessandro Borghi, con cui ha recitato spesso, si sente come un fratello e si fida di lui sul set. Ricorda con affetto anche Claudio Caligari, regista di Non essere cattivo, che descrive come dolce, appassionato e diretto. Alla domanda se Caligari abbia avuto meno di quanto meritasse, risponde che è evidente: un rifiuto ricevuto dagli altri, spesso senza ragione, pesa diversamente da un no pronunciato da sé.

Luca Marinelli: «Non ho paura di sparire» e racconta la sua libertà

La notizia della morte di Caligari lo raggiunse mentre volava verso Berlino. Aveva il telefono spento; dopo l’atterraggio ascoltò i messaggi di Borghi, che non riusciva a parlare e piangeva. Marinelli capì subito. La morte non fu una sorpresa, racconta, perché il regista stava male.

Con il passare degli anni, dice, gli viene sempre più voglia di ricordare a sé stesso e agli altri quanto sia bella la vita per chi ha la fortuna di poterla vivere. Si definisce malinconico e crepuscolare, con una visione pessimista su molti aspetti, ma sul set torna con allegria. La creazione può passare attraverso sofferenza e tristezza, spiega, ma è importante non dimenticare il divertimento e la possibilità di cambiare direzione.

Da anni vive a Berlino, città che non trova triste. Lì nessuno sa chi sia e questo gli consente di «poggiar[e] di nuovo i piedi a terra». La descrive come tranquilla, rivolta al futuro, con una calma nell’aria che lo rassicura. Roma, dove è nato, resta per lui «mamma Roma»: meravigliosa e affascinante, ma anche nervosa e caotica, una dama esausta che mostra la sua essenza soprattutto di notte.

Luca Marinelli: «Non ho paura di sparire» e racconta la sua libertà

Per Marinelli la solitudine è fondamentale, da bambino come da adulto, a Berlino e quando è in viaggio. Quando è lontano dal set, ozia, cammina e osserva. «Non ho paura di sparire né di sentirmi lontano», dice, e consiglia la lettura di La passeggiata di Robert Walser, che lo ha emozionato.

Le emozioni, sostiene, non tornano mai nello stesso modo, ma lui continua a emozionarsi. Ai giovani che vogliono fare gli attori consiglia di mantenere vivo il fuoco che li ha spinti a recitare, a mettersi a nudo e a trovare coraggio. Ciò che conta, aggiunge, è la famiglia, insieme agli amici, alla vita, alla morte, all’incertezza, al rischio, all’amore, al disagio, alla curiosità, alla scoperta e agli altri. Senza uscire dalle proprie sicurezze, si chiede, che senso avrebbe recitare?

Nato a Roma nel 1984, Luca Marinelli ha vinto un David di Donatello, una Coppa Volpi e due Nastri d’argento. Ha raggiunto la notorietà al cinema nel 2010 con La solitudine dei numeri primi, accanto ad Alba Rohrwacher. Il suo film più recente è The Echo Chamber, diretto da Andrea Pallaoro e presentato a inizio settembre alla Mostra del Cinema di Venezia.

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