Un messaggio che sembra arrivare dai vertici, un’operazione urgente da tenere segreta e una richiesta di trasferire denaro: è lo schema che avrebbe spinto Paolo Molesini, presidente di Fideuram, a disporre bonifici per circa 36 milioni di euro. Il messaggio WhatsApp sembrava provenire da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. In questa vicenda, la voce di un avvocato sarebbe stata riprodotta con l’intelligenza artificiale.
La tecnologia cambia, ma il copione ha precedenti clamorosi. Nel corso degli anni, presidenti di società, amministratori delegati e imprenditori tra i più noti d’Italia sono finiti nel mirino. Altri sono stati avvicinati senza cadere nella trappola. Autorità, urgenza e segretezza tornano spesso insieme, sostenute da una storia eccezionale che spinge a mettere da parte le normali cautele.
Nel 2019 fu preso di mira Marcello Foa, allora presidente della Rai. Per rendere credibile la richiesta venne usato il nome di Giovanni Tria, all’epoca ministro dell’Economia. Il tentativo fallì e il bonifico non fu eseguito. Anni dopo, quel contatto riemerse nell’inchiesta milanese su una serie più ampia di frodi attribuite a un gruppo di italo-israeliani.
Secondo le ricostruzioni investigative, nel mirino finirono anche Mediaset, Loro Piana, Adecco, Banca Popolare di Spoleto e altre società. Alcuni tentativi non riuscirono; in altri casi, invece, il denaro venne trasferito.

Tra le vittime ci fu Sisal. Nel 2019 l’allora amministratore delegato Emilio Petrone venne contattato da una persona che si presentava come Gianpiero Mazza, rappresentante della controllante CVC Advisers Italia. La richiesta riguardava un’operazione riservata. A rafforzarne la credibilità intervenne anche un presunto avvocato, che utilizzava l’identità del vero legale Francesco Portolano. Furono disposti tre bonifici, per un totale di 5,5 milioni di dollari, verso un conto a Hong Kong.
Ancora più pesante fu il colpo subito da Maire Tecnimont. Anche in quel caso la truffa ruotava intorno a una presunta operazione societaria riservata e all’impersonificazione dei vertici dell’azienda e dei professionisti coinvolti nell’affare.
Un manager della controllata indiana dispose trasferimenti per 18,6 milioni di dollari. La frode emerse solo in seguito, quando un incontro con il vero presidente rivelò che l’operazione per cui erano stati movimentati i milioni non esisteva. Maire Tecnimont, Sisal e Mipharm furono i colpi riusciti attribuiti nell’inchiesta allo stesso gruppo, per un bottino complessivo vicino ai 25 milioni di dollari. Foa e altri manager, invece, erano stati bersagli di tentativi falliti.
Pochi anni dopo, la tecnologia rese il meccanismo più sofisticato. Nel febbraio 2025 fu Massimo Moratti a ricevere una telefonata da qualcuno che si presentava come il ministro della Difesa Guido Crosetto. La storia faceva leva su un’emergenza: servivano soldi per liberare italiani sequestrati all’estero. A Moratti venne detto che l’operazione doveva restare riservata e che lo Stato avrebbe poi restituito il denaro.
Moratti effettuò due bonifici per un totale di 980 mila euro. Il denaro finì su un conto olandese, ma fu bloccato e recuperato grazie alla denuncia e all’intervento degli investigatori.

Moratti non era l’unico contattato. Tra i potenziali bersagli figuravano alcuni dei nomi più importanti dell’imprenditoria italiana: Giorgio Armani, Patrizio Bertelli, Diego Della Valle e Marco Tronchetti Provera, oltre a esponenti delle famiglie Aleotti, Beretta, Del Vecchio e Caltagirone e a dirigenti di Esselunga. Secondo quanto emerso allora, Moratti era stato l’unico a effettuare il pagamento.
La sequenza mostra come si sia evoluto il metodo: nel 2019 potevano bastare un messaggio costruito con cura e l’identità di un ministro, di un presidente o di un avvocato. Nel 2025 alla falsa identità si poteva aggiungere una voce credibile. Nel 2026 l’intelligenza artificiale può riprodurre proprio la voce della persona chiamata a rassicurare sul fatto che l’operazione sia autentica.

